Centri sociali e sindacalismo: la potenza collettiva

di Beatriz García, La Villana de Vallekas/Fundación de los Comunes, Diagonal 15/01/2017  (Traduzione di Nadia De Mond, Communianet)

Alla Villana de Vallekas, a Madrid, abbiamo l’abitudine di raccontare/ci la nostra storia per non dimenticare quello che abbiamo imparato e perché le persone nuove sappiano che la nostra lotta viene da lontano ed è stata fatta molte volte da sconosciuti. Anche per provare che il capitalismo ci sta col fiato sul collo e per non essere tristi quando anche se vinciamo sembra che abbiamo perso; o quando ci cambiano le domande. E per saper distinguere le tendenze lunghe da quelle brevi, per apprezzare il nuovo che nasce e il fondamentale che permane, e inventare spazi e strumenti che ci consentono di rafforzarlo/ci.

Questo è un riassunto delle ipotesi che abbiamo tra le mani, ma che si basa su esperienze e riflessioni che vengono da lontano, dagli ultimi 15 anni, e che si sono costruite collettivamente. Nuove ipotesi che si porranno in pratica solo se vengono elaborate insieme.

Sindacalismo sociale nel cuore dei centri sociali

Negli ultimi tempi si è parlato molto della necessità di nuovi partiti che entrino nelle istituzioni per restituirle alla cittadinanza. Però poca gente si è soffermata sulla necessità di ripensare i sindacati, nonostante l’urgente bisogno che abbiamo di strutture di difesa e di attacco collettive. I sindacati concertativi non si pongono minimamente la questione di una loro trasformazione interna; i sindacati alternativi continuano a uscire dai luoghi di lavoro. Però pare che la crisi non finirà presto e che la precarietà e la disoccupazione continueranno ad aumentare; “la fine del lavoro” è qualcosa che ormai annunciano persino i capitalisti.

Negli ultimi anni si sono sviluppate iniziative che possono servirci per immaginare i sindacati del futuro. Sono gruppi basati sul mutuo soccorso, che affrontano problemi propri, però si collocano dentro il quadro di una lotta più ampia, che utilizza l’azione diretta e la battaglia legale. Sono come sindacati ma nell’ambito della casa, della salute o dei servizi di cura. Assomigliano di più ai sindacati dell’inizio 900 che a quelli attuali: i primi hanno messo in piedi cooperative per la casa, spacci, scuole popolari, casse di resistenza, mutue di ogni tipo. Questo tipo di sindacalismo, per differenziarlo da quello esistente, viene chiamato “sindacalismo sociale”. Queste iniziative, oltre ad esercitare diritti e lottare per essi, sono luoghi di politicizzazione e di presa di coscienza per i suoi membri, che creano vincoli che vanno oltre l’oggetto della lotta e che creano comunità di appoggio e di scambio: la base materiale e affettiva per continuare a lottare.

La Villana de Vallekas, in questo senso, può già essere pensata come un sindacato. Ci associamo per lottare e per uscire dalla precarietà; abbiamo una gamba “casa” e un’altra “sanità”, uno spaccio, una cassa di resistenza, attività ludiche e di formazione; e abbiamo una “casa del popolo” finanziata dai soci. Ma le varie gambe non sono integrate né si mostrano come parte di un unico progetto. Potremmo allargare l’ipotesi dei “Laboratori dei diritti sociali” di cui facciamo parte e chiamarci direttamente “Sindacato La Villana”? Potremmo federarci con altri per avere più impatto?
Creare un sindacato in rete con altri sarebbe una possibilità. Chiamateci “rete di sindacati di precari, autonomi e disoccupati”, le figure più comuni nel futuro con cui vogliamo lottare. O ruotare intorno ad altre figure meno imperniate sul lavoro come cittadini insolventi, inquilini e dediti al servizio di cura. Ci sarebbero sindacati di tutti i tipi, perché di tanti tipi sono le ingiustizie che combattiamo, nel posto di lavoro come in banca, nella borsa come di fronte alla burocrazia. Le sue sedi starebbero nei centri sociali e così come oggi c’è “stop-sgomberi” ci sarebbe “stop-licenziamenti” e “stop-deportazione”. Una rete di sindacati territorializzati che lottano a partire da conflitti quotidiani su vari terreni, componendo comunità mobilitate oltre la questione del lavoro.
Anche se ogni sindacato sarebbe specifico, ci unirebbero domande universali e rivoluzionarie, nel senso che non si punterebbe a migliorare l’esistente ma a essere la base di trasformazioni profonde del sistema. Rimanere intrappolati nel proprio settore e nelle rivendicazioni corporative è risultato mortale per i sindacati attuali; questo ha impedito loro di approvare la chiusura della propria impresa o la fine del proprio settore, anche quando erano dannosi per il bene generale. Le Maree sono state un esempio illuminante in questo senso. Ci vuole il sostegno a un bene comune, non solo dei posti di lavoro.

Queste domande universali si porrebbero inoltre al resto della società e costruirebbero l’immaginario di una possibile società futura organizzata su altri principi; formerebbero anche la base di legittimità e di generazione di empatia verso la rete di sindacati, per esempio: per lavoro uguale, salario uguale; distribuzione della ricchezza attraverso la distribuzione del lavoro e del reddito per lavori sociali (“progetti remunerati”, legati agli studi, alla cura e ad altri servizi sociali, ad attività culturali o relativi alla difesa dell’ambiente o a imprese produttive); difesa dei servizi pubblici universali ampliati (alla casa, al diritto alla cura, a curare e a non curare); imposte alle finanze e aumento delle imposte alle grandi imprese e fortune; abolizione dei debiti odiosi ecc.
Bisognerebbe reinventare gli strumenti di lotta. Abbiamo i dispositivi del sindacalismo sociale, che sono strumenti di difesa (mutuo soccorso e accesso alla casa, alimentazione, cassa di resistenza, tempo libero…) e di attacco (segnalazioni, occupazioni, blocchi…). Per le rivendicazioni universali e per il sostegno alle lotte di altri sindacati della rete bisognerebbe continuare a pensare i nostri “scioperi”, come quelli di precari e insolventi, addetti ai servizi di cura e senza documenti. Sciopero sociale? Sciopero metropolitano? Se i sindacati di questa rete si mobilitassero contemporaneamente, potremmo mettere in campo questi nuovi scioperi multisettoriali, multiterritoriali, a diversi livelli: occupare succursali e contemporaneamente centri di salute e supermercati; bloccare strade e reti, inventare azioni per un conflitto concreto funzionale ad una lotta a livello nazionale. L’integrazione (o la distruzione) dei sindacati di fabbrica a favore delle grandi confederazioni all’epoca della Transizione [postfranchista ndt] fu una ragione importante della perdita della loro capacità di lotta; gli scioperi a catena in appoggio o in solidarietà con altre fabbriche hanno dato inizio alle lotte più potenti. Non dimentichiamolo.

Piccoli sindacati radicati (con una base materiale e comunitaria che consenta loro di sopravvivere) e federati (per l’appoggio mutuo e le rivendicazioni generali) possono avere più capacità di azione delle strutture burocratizzate e centrate sul lavoro/salario. Perché non lottiamo per “più e migliori posti di lavoro”; affinché un lavoro scarso e precario non determini le nostre possibilità di vita, dobbiamo lottare per la vita buona nella sua totalità.
Dove cominciare? Le iniziative che affrontano in forma sindacale vari conflitti già esistono, potranno federarsi e chiamarsi rete di sindacati. Ognuno a modo suo, con composizioni diverse, con vita di differente durata. Riconoscersi e darsi obiettivi comuni. Potremmo guadagnare in potenza e in visibilità. E aprire un nuovo immaginario di ciò che è e ciò che può un sindacato a partire dai centri sociali e dalle pratiche di mutuo soccorso. Continuiamo a discutere e a costruire esperienze; solo ciò che immaginiamo e sperimentiamo insieme arriverà ad essere realtà. Il Mak2 è un momento imprescindibile in questo senso. Questa rete non esisterà domani stesso. Però può darsi che esisterà prima di quando potremo vedere con i nostri occhi un partito realmente democratico.

Fonte: https://www.diagonalperiodico.net/blogs/funda/centros-sociales-y-sindicalismo-la-potencia-colectiva.html

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