Moneta, possibile espressione del Comune. Non bene comune

di GratefulDead (Quaderni di San Precario), aprile 2013

La moneta è un’invenzione umana. La moneta non cresce sugli alberi. La moneta ci dimostra che l’essere umano è un animale sociale. La moneta è socialità, è, soprattutto, relazione sociale. Una relazione sociale che oggi non è paritaria, ma che potrebbe diventarlo. La moneta è la dimostrazione dell’esistenza di una comunità, perché la moneta è frutto di un rapporto di fiducia. Ma la moneta è, soprattutto, potere. Potere di decisione, potere di arbitrio. Per questo la moneta non è un bene comune. Essa è, o meglio potrebbe essere, dovrebbe essere, un common. Ma oggi non lo è. Nell’attuale bio-capitalismo cognitivo e finanziarizzato, se una lotta deve esserci essa dovrà necessariamente essere la lotta per la moneta intesa
come common. Una lotta per il “comun(e)ismo”.

La moneta ha svolto diverse funzioni nella storia dell’umanità. Esiste da subito, come il fuoco, la ruota, la scoperta dell’agricoltura. Nelle società preistoriche è mezzo di scambio e unità di conto. Mezzo di pagamento per consentire la relazione sociale dettata dall’attività di scambio per la sopravvivenza: la necessità del negotium (la dannazione del labor), in opposizione all’otium (il piacere della creatività e dell’ingegno umano). E in quanto tale, unità di misura del valore delle merci scambiate. La moneta è quindi da subito rappresentazione fenomenica del valore. E in quanto tale, espressione di potere nel momento in cui tale misura viene stabilita sulla base di una gerarchia sociale. Chi decide la “forma” della moneta? Ma soprattutto, nell’antichità come oggi, chi decide il valore della moneta?

La storia della moneta è connessa alla storia dell’umanità, dicevamo. Anticamente, sino alla formazione degli stati nazionali nel 1500 in Europa, la forma prevalente della moneta è la moneta-merce. Il valore della moneta è contenuta nel corpo stesso della moneta. La sua forma (peso) metallica (quindi fisica, sia essa rame, bronzo, argento o oro) ne indica il valore. Si attua così uno scambio tra equivalenti in valore. Un metro di stoffa che, supponiamo, abbia un valore di 10 grammi d’oro, viene direttamente scambiato con una moneta che contiene 10 grammi d’oro. Da questo punto di vista, lo scambio di moneta implica uno scambio rivale e solvibile. Quella specifica moneta di 10 grammi può essere usata solo per quello
scambio, in una relazione do ut des, merce (stoffa) contro merce (metallo). La moneta è quindi una merce (bene) come tutte le altre.

Secondo Erodoto, i Lidi furono il primo popolo a introdurre l’uso di monete d’oro e d’argento e il primo a stabilire negozi per la vendita al minuto in località permanenti. Nel momento stesso in cui la moneta metallica si diffonde come mezzo di pagamento e diventa unità di conto degli scambi economici (unità di misura del valore), essa diventa anche espressione di potere. Era infatti chi emetteva la moneta (il sovrano) a determinarne il valore e a esprimere il comando economico. In questa fase della storia (euro-mediterranea), la moneta-merce implica una struttura proprietaria (come tutte le merci). La proprietà si estrinseca nel monopolio di emissione (il sovrano). Non vengono ancora agìti i diritti di signoraggio. Sarà con l’impero romano, prima con Nerone e poi con Settimio Severo, che il valore della moneta (Aureo e Denario, rispettivamente in oro e argento) tenderà a non corrispondere più esattamente alla quantità di metallo pregiato utilizzato. Sorgono così i diritti di signoraggio. Ma sarà solo con la formazione degli stati nazionali europei e il salto di paradigma tecnologico a cavallo del XV-XVI secolo che si assisterà al totale sganciamento tra il valore dichiarato della moneta e la quantità del metallo prezioso contenuto.

Il monopolio di emissione della moneta assume allora le forme di
un diritto sovra-individuale e la moneta diventa variabile extra-
mercato (privato), controllata a livello istituzionale e non dalla di-
namica di mercato. Una volta garantita dal ruolo statuale, che opera
non come agente di mercato, ma al di sopra di esso, la moneta co-
mincia a svolgere anche la funzione di riserva di valore e misura pa-
trimoniale. Tale passaggio di fase è, non casualmente, accompa-
gnato dal cambiamento della forma della moneta. Dalla moneta me-
tallica, fondata prevalentemente sull’oro, si passa alla moneta car-
tacea: ciò significa che il mezzo monetario non incorpora più il va-
lore stesso che dichiara. Come abbiamo ricordato, lo scambio eco-
nomico “valore contro quantità” era sempre esistito come scambio
di puri e diretti equivalenti in merce, ovvero un certo ammontare
d’oro contro un certo ammontare di merci. Non è un caso che buona
parte dei nomi delle valute in vigore ancora oggi, o sino a poco
tempo fa, derivino, etimologicamente, da unità di peso (pound in
Gran Bretagna, pesetas in Spagna, lira – da libra – in molti paesi).
Con la garanzia di una governance statuale (quindi istituzionale e
extra-mercato privato), lo scambio economico comincia sempre più
a caratterizzarsi materialmente come scambio tra un pezzo di carta,
il cui valore intrinseco è poca cosa, e un certo ammontare di merce.
Ma questo pezzo di carta – la moneta cartacea o banconota – viene
garantito da un potere politico superiore che obbliga all’accetta-
zione (fiducia) e ne garantisce il valore virtuale ivi riportato. Tale
passaggio genera, tramite il ruolo sempre più importante della
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Banca centrale, la possibilità di creare base monetaria in condizioni
di monopolio.
Con la rivoluzione industriale e, nel XX secolo, con la Conferenza di
Bretton Woods si assiste, così, al graduale abbandono dei sistemi
monetari fondati sui metalli preziosi e sulla inconvertibilità delle
monete in metalli preziosi. La crescita degli scambi economici, pro-
vocata dalla diffusione del sistema capitalistico di produzione, ha
imposto l’uso di monete la cui offerta non risultasse vincolata dalla
limitata disponibilità di metalli preziosi. Inoltre, l’affermarsi di ta-
lune monete, sempre più diffuse e accettate negli scambi interna-
zionali, ha reso obsoleto il ricorso ai metalli preziosi per regolare
tali scambi. Infine, l’affermazione del biglietto di banca e di altre
forme di pagamento svincolate dall’uso di metalli preziosi, si spiega
con la praticità dei sistemi di pagamento che non obbligano a tra-
sferire ingenti quantità di pesante metallo prezioso.
Oggi, dopo la fine di Bretton Woods,
assistiamo alla completa
smaterializzazione della moneta. Il suo valore, convenzionalmente
fissato nel 1944 a Bretton Woods dalla parità fissa con l’oro nel rap-
porto di 35$ per oncia d’oro, è decaduto. Da moneta “merce” e mo-
neta “oro” si passa alla moneta come “puro segno” (Marx), passag-
gio che, grazie al processo di finanziarizzazione, ha di fatto ridotto
il peso dei diritti di signoraggio e anche la possibilità da parte delle
Banche Centrali di controllare in toto la massa monetaria in circo-
lazione e il moltiplicatore creditizio e finanziario che ne consegue.
La moneta, in questo modo, si smaterializza del tutto. Oggi la mo-
neta non è più una merce o un bene. Non esiste più un’unità di mi-
sura del valore della moneta, come il metro per la lunghezza o il chi-
logrammo per il peso. A prescindere dal fatto che esistono ancora i
monopoli di emissione e i diritti di signoraggio, a prescindere dalla
struttura proprietaria, in quanto non più bene, la moneta non può
neanche essere definita bene comune. Con la fine degli accordi di
moneta 37
Bretton Woods, il valore della moneta non è più determinato esclu-
sivamente da chi la emette. La sovranità monetaria (nazionale o so-
vranazionale, che sia), la cui governance è il compito della Banca
centrale, tende a perdere sempre più significato.
Sino alla crisi del fordismo, l’istituto della Banca centrale ha avuto
il compito di esercitare un controllo puntuale e diretto sulla quan-
tità di banconote e monete coniate dalla Zecca nazionale. Ma il 95%
della moneta circolante è oggi erogato da banche private nella forma
di prestiti o attività speculative; su questa quota della moneta cir-
colante la Banca centrale ha solo un controllo molto indiretto tra-
mite l’imposizione della riserva obbligatoria sull’ammontare dei de-
positi. Ciò significa che, nonostante la Banca centrale possa unila-
teralmente e autonomamente fissare i tassi d’interesse e imporre
una riserva obbligatoria alle banche, la quantità di moneta in cir-
colazione è sempre meno controllabile dalla stessa Banca centrale.
In un sistema capitalistico che si basa su un’economia finanziaria di
produzione, la quantità di moneta esistente viene endogenamente
determinata dal livello di attività economica che si registra e dal-
l’evoluzione delle convenzioni finanziarie che regolano il mercato
internazionale della finanza e delle valute. La Banca centrale può
solo cercare di aumentare o di ridurre la massa monetaria circo-
lante, ma nulla più. Tale possibilità viene oggi ulteriormente ridotta
dal nuovo ruolo che hanno assunto i mercati finanziari, sia nel fi-
nanziare l’attività di investimento (tramite le plusvalenze generate),
sia come creatori di titoli altamente liquidi (definita near money,
quasi moneta).
Di fatto, in modo paradossale, i poteri discrezionali delle Banche cen-
trali sono tanto più diminuiti quanto più esse stesse sono diventate
istituzioni politicamente indipendenti. Di conseguenza, i poteri ge-
stionali del settore bancario e, tramite la regolazione dei tassi d’inte-
resse, dell’intero sistema economico della Banca centrale sono sem-
38 quaderni di san precario – nr. 4
pre più ancillari alle dinamiche che si svolgono sui mercati finanziari
e quindi sempre più dipendenti dalle oligarchie che li dominano.
Ciò significa che nel biocapitalismo cognitivo, la moneta e la deter-
minazione del suo valore non è più sotto il controllo della Banca
Centrale, cioè dell’istituto che, formalmente, la emette. Nel mo-
mento stesso in cui la moneta è pura moneta segno, essa sfugge a
ogni controllo pubblico. La moneta perde lo stato di “bene di pro-
prietà pubblica”. Il suo valore viene determinato di volta in volta
dall’operare dell’attività speculativa dei mercati finanziari. Le sue
funzioni di mezzo di pagamento e unità di conto (misura del valore),
nonché di riserva di valore e di strumento di finanziamento dell’at-
tività di accumulazione / valorizzazione, sfuggono a qualsiasi con-
trollo. Nel momento in cui la sua quantità e le modalità di circola-
zione vengono determinate dalle convenzioni che si determinano
sui mercati finanziari,sempre più concentrati, la moneta è ostaggio
delle aspettative che le oligarchie (o meglio, la dittatura delle oli-
garchie) dei mercati finanziari di volta in volta è in grado di eserci-
tare. Oggi, possiamo affermare che la creazione di moneta-finanza
è esatta espressione del comunismo del capitale. Ne è riprova il
fatto che le scelte statuali di politica monetaria sono in funzioni
della dinamica finanziaria. Gli stessi tassi d’interessi non sono più
controllabili in toto dalla politica monetaria.
La moneta contemporanea è, dunque, rappresentazione del biopo-
tere finanziario, in quanto il suo valore è determinato dalle conven-
zioni finanziarie che la governance dell’espropriazione del comune
è, di volta in volta, a secondo delle condizioni, in grado di imporre.
Ma proprio per questo il comune, inteso come non proprietà, potrà,
in futuro, rappresentare un contropotere monetario. A tal fine, di-
venta sempre più imprescindibile attivarsi nella costruzione di cir-
cuiti finanziari alternativi non riconducibili alla legge dei poteri forti
finanziari, oggi egemoni. Pensare di poter regolamentare i mercati
moneta 39
finanziari per ricondurli sotto un controllo pubblico è pura illu-
sione. La sfida va portata al massimo livello della governance fi-
nanziaria attuale. E questa sfida genera la necessità di riappro-
priarsi della moneta non come bene comune ma, appunto, come
common, ovvero come espressione e misura del valore di quella
cooperazione sociale o general intellect, che oggi viene espropriata
dal divenire rendita dei profitti e soggetta alla misura (variabile)
dettata dai rapporti di forza imposti dal ricatto dei mercati finan-
ziari.
Come il reddito di base è la forma di remunerazione del comune,
esito dell’agire rivendicativo-conflittuale del lavoro vivo precario,
così, oggi più che mai, la moneta può essere espressione e misura di
questo stesso comune (cooperazione sociale e general intellect),
contropotere al comunismo, selettivo, iniquo, gerarchico del capi-
talismo finanziario.
È ora che i precari comincino a immaginare anche forme di auto-
gestione finanziaria.
40 quaderni di san precario – nr. 4
N OT1.2.3.4.5.6.E
Cfr. Erodoto I,94. Le prime monete erano fatte di elettro, una lega di oro e
argento che si realizzava già in natura, ma che era ulteriormente falsificata
dai Lidi con altra aggiunta di argento e anche rame. Secondo le ricerche di
numismatica antica, la moneta lidia portava l’effige di un leone con un rag-
gio di sole, che rappresentava il re. Secondo Erodoto, fu il re Aliatte a intro-
durre le prime monete, pratica che si diffuse sotto il regno di suo figlio Creso,
che divenne, non casualmente, sinonimo di ricchezza. Vedi anche M. Co-
well, K. Hyne, “Scientific Examination of the Lydian Precious Metal Coina-
ges”, in A. Ramage, P. Craddock (eds.), King Croesus’ Gold: excavations at
Sardis and the history of gold refining (Cambidge, MA: Harvard University
Press, 2000): 169-174.
Con la riforma monetaria di Settimio Severo (193-211 d.C.) si può parlare di
vero e proprio signoraggio: questo imperatore dimezzò la quantità di me-
tallo prezioso contenuto nelle monete, mentre lasciò invariato il valore
nominale.
Le valute che non fanno riferimento a unità di peso prendono, solitamente,
il nome dal sovrano (popolo) che le emette (ad esempio, il Franco). Forse si
potrebbe (ironicamente) dire lo stesso per quanto riguarda la nostra attuale
moneta, l’Euro, espressione del nome del nostro attuale sovrano, l’Europa
delle monete (cfr. L. Berti, A.Fumagalli, L’anti-europa delle monete, Roma:
Manifestolibri, 1992).
Il 15 agosto 1971, a Camp David, Richard Nixon, sospese la convertibilità del
dollaro in oro, in quanto, con le crescenti richieste di conversione in oro, le
riserve americane si stavano sempre più assottigliando.
Lo scambio di moneta (apertura di un rapporto di debito e credito) non im-
plica infatti lo scambio dei diritti di proprietà. Lo scambio di moneta non è
solvibile. La proprietà della moneta legale è proprietà statuale, o meglio, della
Banca centrale che ha il monopolio di emissione. Tanto è vero che la distru-
zione di una banconota è un reato, anche se la banconota è privatamente pos-
seduta, in quanto distruzione di un bene di proprietà altrui (a differenza di un
bene privato).
Al riguardo, sono in corso alcuni esperimenti che cercano di creare un cir-
cuito finanziario alternativo. Basti pensare alla proposta delle monete com-
plementari in fase di definizione presso il comune di Nantes (cfr. M. Amato,
“La moneta municipale: una strada contro la stretta creditizia”, Altra finanza
– blog di Linkiesta 16 mag. 2012, <http://www.linkiesta.it/blogs/altra-fi-
nanza/la-monet a-locale-una-strada-contro-la-stretta-creditizia>) oppure in
Italia cfr.”Moneta complementare: lo stato dell’arte in italia”, redazionale
del sito Monetacomplementare.org, <http://www.monetacomplementa
re.org/1/monetacomplementare_lo_stato_dell_arte_in_italia_745602.htm
l>). Su questo tema ci ripromettiamo di tornare sul nr. 5 dei Quaderni di
San Precario.

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